Intervista ad Arianna Serra: the TravelPlanner!

E’ bello incontrare persone che hanno le tue stesse passioni. Ed ancor più affascinante è scoprire che qualcuno è riuscito a trasformare la propria passione in lavoro: è il caso di Arianna Serra, professione travelplanner (qui il suo blog). Non potevo non farle qualche domanda di approfondimento… da condividere con voi!

  • Come è nata la tua passione per i viaggi?

E’ nata dal fatto che ho sempre avuto la sensazione di vivere in una gabbia dorata… facile innamorarsi della libertà che solo viaggiare mi dà!

  • Viaggiare per essere libera: quali altre sensazioni ti dà il viaggio?

Apertura mentale, ricchezza culturale. E poi incrementa la mia flessibilità, dovendomi spesso “adattare” a situazioni difficili, come in Tibet.

Al Potale

  • Il Tibet… che meraviglia! ce lo racconti?

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E’ stato il mio viaggio di nozze. Mio marito Cristian avrebbe preferito la terra del fuoco, ma io non avevo dubbi. C’è qualcosa di quella terra che mi affascina da sempre. E’ stata un’esperienza molto dura, perchè non avevamo un’adeguata preparazione. Ma anche molto toccante. Un giovane monaco del monastero di Tsurpu, ci ha chiesto in lacrime, a noi che possiamo viaggiare, di andare in India dal suo Karmapa, scappato pochi anni fa per sfuggire all’oppressione cinese.

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Il Tibet può rapirti per sempre: deve essere conscio delle difficoltà cui vai incontro: strutture ricettive inesistente o quasi oltre Lhasa, problemi fisici legati all’altitudine, ostilità da parte dei cinesi che lo hanno colonizzato, ma anche tanta spiritualità, specie nei monasteri più isolati che abbiamo avuto la fortuna di poter visitare.

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  • Oltre al Tibet, hai visitato una buona parte di Mondo, ma hai un amore totale per Londra: cos’ha Londra che altre città non hanno?

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E’ casa mia, l’unico posto al mondo che sento davvero mio. Ci porto amici e parenti da una vita e tutti si stupiscono del fatto che la giro senza cartine…mi basta seguire il mio cuore!

Camden Town

Londra è in costante trasformazione, proprio come me.

The Harry Potter Experience

Ha la capacità di mettersi in gioco, di vincere sfide quasi impossibili, come, ad esempio, l’organizzazione degli scorsi giochi olimpici. Ad aprile in ogni dove trovavi pubblicità al limite del terroristico che invitavano i londinesi ad utilizzare vie diverse per raggiungere il posto di lavoro durante i giochi. A luglio, in pieni giochi, io ero su e confesso di aver pensato che non fosse una buona idea utilizzare la tube.

Stratford durante le Olimpiadi

Mi sono dovuta ricredere: la perfetta organizzazione inglese, il senso civico dei londinesi ha fatto sì che i mezzi pubblici fossero, anche nei momenti più concitati, perfettamente utilizzabili. E poi, vuoi mettere che bello vedere un’orda di volontari entusiasti accoglierti con un sorriso per 10 ore al giorno? Londra è questo: può sembrare gelida e poco accogliente ma in realtà, se la capisci e ne rispetti le tradizioni, ti darà tanto.

Stratford Upon Avon, alla casa di Shakespeare

  • Il viaggio è la tua passione: come sei riuscita a conciliare passione e lavoro e farne diventare una cosa sola?

Arrivo da parecchi anni di lavoro come assistente didirezione, durante i quali ho soddisfatto le più capricciose richieste di viaggio dei miei titolari. E’ stato un passaggio naturale, stanca di soddisfare i capricci degli altri, unire le mie capacità organizzative alla mia grande passione per i viaggi

  • Per chi non lo sapesse, cosa fa una “travelplanner”?

E’ l’equivalente della wedding planner: ti organizza il viaggio su misura per te, occupandosi di trovarti le soluzioni di spostamento più adeguate alle tue esigenze, la struttura migliore, i ristoranti più buoni ecc. Io, però, consiglio solo i posti dove sono stata. Può sembrare limitante ma credo sia premiante, perchè do consigli solo su cose realmente testate sulla mia pellaccia.

  • Chi sono i tuoi clienti, di solito? Ne hai di abituali?

Beh, ho inziato con i parenti e gli amici che mi hanno fatto da “cavie”. Ora il giro piano piano si sta allargando. Direi  che sono persone che sanno “smanettare” su internet ma non hanno voglia/tempo di farlo per trovare l’offerta migliore, nè tantomeno di andare in agenzia.

  • Qual è la richiesta più bizzarra che ti è capitata?

Come travel planner ancora nulla; con i miei vecchi titolari, invece,  c’è l’imbrazzo della scelta: “voglio un visto per andare in Russia. Ah, e mi serve per DOMANI”. Mentre ti rispondo, ad esempio, me ne è arrivata una! Ma tutto nella norma…

  • Dai, raccontacela!

Nulla di che: due ragazzi giovani che vogliono godersi una settimana in Sardegna senza bimbi a settembre. Conoscendoli, sarò in grado di trovare il posto che fa davvero al caso loro… tutto qua!

  • Travelplanner-a anche noi: dove li manderai?

Vogliono stare vicino ad Olbia; ho in mente un paio di posticini semplici ma raffinati, comodi per i mezzi. Di più non dico… segreto professionale

Ecco cosa Arianna dice di sè: 
Travelplanner, ovvero organizzatrice di viaggi su misura, globetrotter, sono un’eterna bambina che si stupisce ad ogni gita fuori porta.
Mi piace raccontare i luoghi che esploro dando risalto alle tradizioni, alle leggende, ai profumi e ai sapori. Viaggio (quasi) sempre con mio marito Cristian, appassionato di fotografia e di cucina.

Ecco a voi Cinzia Boggian e “Decorazioni Gourmet”

Oggi conosciamo Cinzia Boggian, l’autrice di un particolarissimo manuale: Decorazioni Gourmet, da pochi giorni nelle libreria di tutta Italia edito da Trenta Editore, casa specializzata in pubblicazioni a tema food. Molti già sapranno che Cinzia è la Signora “Peca”. Lei infatti, insieme ai fratelli-chefs Portinari , da molti anni dirige il famosissimo risporante due stelle Michelin di Lonigo.

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  • Chi era Cinzia prima de “La Peca”?

Ero arredatrice, lavoravo per un grosso mobilificio di Montagnana, sono venuta a pranzo in questo ristorante con il mio ex capo e…

  • E non te ne sei più andata!

Più o meno. In realtà nei primi tempi ho continuato col mio lavoro che amavo moltissimo e la sera davo una mano nel ristorante. Poi ho dovuto fare una scelta.

  • Guardando le sale del ristorante direi che la tua impronta a La Peca è forte… tanto per fare un facile gioco di parole (n.d.r. Peca in veneto vuol dire impronta).

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Abbiamo voluto creare un ambiente moderno ma accogliente mescolando design contemporaneo con pezzi recuperati dalle case delle nostre famiglie.

  • Guardandoci intorno vedo anche molti pezzi che mi sembrano firmati Boggian…

In effetti, sì… adoro recuperare materiali e così è nata la consolle interamente ricoperta di tappi in sughero o la tenda di capsule di champagne o ancora la tela di piattini da finger food che ciclicamente rielaboro.

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  • E questo meraviglioso cesto porta pane?

L’ho disegnato io e lo facciamo fare da un artigiano locale che lavora il legno, l’ho ideato per ospitare in modo elegante e funzionale i vari tipi di pane dai diversi formati che escono dalle nostre cucine.

  • Cominciamo a capire che Decorazioni Gourmet non nasce proprio per caso… ci racconti come hai iniziato a creare i tuoi particolarissimi centrotavola?

Come spesso accade l’idea è nata da una necessità: mi trovavo in difficoltà a causa della chiusura del mio fiorista di fiducia e così ho cominciato a pensare a come avrei potuto decorare in modo adeguato i tavoli del nostro ristorante senza l’uso dei fiori e, a dirla tutta, era un po’ di tempo che meditavo sul fatto che il profumo dei fiori dei centri tavola potesse interferire col cibo.

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  • E quindi sei andata in cucina…

Esatto! Quella di usare tutti elementi che gravitano intorno al mondo del food è stata una scelta che tutt’ora seguo: la cucina ha così tanti elementi da poter usare, o meglio ancora riciclare, al costo di pochissimi euro.

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  • In effetti, sfogliando le pagine di Decorazioni Gourmet due sono le caratteristiche che saltano subito all’occhio: la facilità di realizzazione e la possibilità di replicare le tue composizioni con la minima spesa.

Questa pubblicazione nasce proprio con l’intento di creare un manuale dove attraverso foto e descrizioni si guidi passo passo la persona a realizzare i miei centritavola indicando i materiali e le tecniche utilizzate. Giocando con formati di pasta, cannucce stampini, tappi di bottiglia, caramelle e l’ausilio di una semplicissima colla a caldo si possono ottenere delle composizioni di grande effetto.

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  • Quindi per realizzare le tue composizioni non c’è bisogno di possedere una particolare abilità manuale?

Assolutamente no, chiunque può essere in grado di farle.

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  • Una volta realizzati i tuoi centri tavola come possono essere usati?

Sicuramente sono perfetti per stupire gli ospiti. All’interno del libro ci sono varie sezioni dedicate alle composizioni a tema: le feste come il Natale, Pasqua che solitamente sono occasioni in cui si riunisce la famiglia intorno ad una tavola, ma anche San Valentino oppure le composizioni più giocose per le feste dei bambini.

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  • Venerdì 17 maggio…sei superstiziosa?

No, ma nel dubbio incrociamo le dita. Per me è una data importante perchè presenterò Decorazioni Gourmet al salone internazionale del libro di Torino!!

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E allora un super inbocca al lupo a Cinzia Boggian e al suo Decorazioni Gourmet. E per chi si trovasse a Torino Venerdì 17 maggio alle Cinzia vi invita a conoscerla personalmente ore 14 30 presso Terrazza Torino.

Dietro le quinte del Pomeriggio Ricicloso: intervista a Serena Marini

Qualche giorno fa vi ho segnalato un evento che mi piace tantissimo: il “Pomeriggio Ricicloso“, che si terrà al Parco della Preistoria di Rivolta d’Adda sabato 18 maggio 2013 (qui il post). Io non andrò (causa grosse distanze), però, per invogliare anche voi, ho pensato di fare qualche domanda a Serena Marini, nostra co-blogger e ideatrice dell’evento.

1. Serena, il “Pomeriggio Ricicloso” è alla sua seconda edizione: come ti è venuto in mente?

Visto il successo dello scorso anno dove tanti bambini si sono fermati nel nostro spazio, gentilmente concesso dal signor Mazzoleni, direttore del Parco della Preistoria, e alcuni non sapevano nemmeno dell’iniziativa ma passavano di lì per caso, non ho resistito nel voler essere attorniata da tanti bambini e dalla loro fantasia ed ho proposto ad Antonella Pfiffer, mio socia in questo progetto, di riprovarci. Detto fatto. Lei si è subito messa a scrivere il comunicato stampa e io mi sono messa a tagliare rotoli di carta che ci serviranno per realizzare un fiore e ritagliare sagome di dinosauro che serviranno invece ai bambini per decorarli con tanto materiale di riciclo. Ora non ci resta che aspettare, sperando di trovare una bella giornata così che le famiglie possano trascorrere un piacevole pomeriggio all’interno del parco e alla natura che offre per poi… divertirsi con il nostro laboratorio ricicloso.

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2. Serena, secondo te i bambini sono più disponibili degli adulti a riciclare?

Bella domanda…
Io penso proprio di sì. Vedo che sono attenti quando vengono loro spiegati i motivi dell’utilizzo del materiale che si trovano davanti; guardandoli li trovo molto incuriositi e anche abili nel capire da una semplice spiegazione come muoversi. I genitori invece sono contenti quando li vedono lavorare e creare qualcosa di nuovo con dei semplici tappi o dei rotoli di carta ma poi… si perdono in un bicchiere d’acqua e non penso che portino avanti anche a casa il fatto di riciclare. Questo un pò mi dispiace ma… non demordo!

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3. Come mamma, quanto è importante il riciclo in casa tua?

Per me è importantissimo anzi, oserei dire “fondamentale”. Mi sono avvicinata a questo mondo in punta di piedi ma ora… ci sono dentro fino al collo; posso affermare che, a volte, sono quasi una “malata” del riciclo. Mi viene normale mettere da parte qualsiasi cosa che, semplicemente, guardandola mi ispiri qualcosa di creativo e quindi ho lo sgabuzzino pieno anzi, stracolmo di materiale che ciclicamente utilizzo per creare qualcosa di nuovo con i miei bambini.

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4. Serena, qual è il tuo cavallo di battaglia per un intrattenere riciclosamente i bambini? Insomma, gli amichetti dei tuoi figli vogliono venire a casa vostra per…?

In casa mia non mancano mai i rotoli di carta igienica che utilizzo per tantissime attività; le bambine adorano realizzare fiori che poi possono utilizzare per decorare cerchietti, mollette per i capelli o realizzare un bracciale. Mentre con i maschietti è più usuale utilizzare il cartone per realizzare delle strane maschere da decorare per trasformarsi in personaggi di fantasia e creare avvincenti storie.
Sapete cosa mi piace molto? Oragnizzare piccole merende soprattutto sotto il periodo di Natale per realizzare tutti insieme, mamme comprese, delle divertenti decorazioni per l’albero; penso sia un momento intenso e condividerlo insieme mentre si fa merenda… dà soddisfazioni!

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Mi sa che il prossimo Natale andremo tutti da Serena a creare addobbi riciclosi, che ne dite? Intanto, chi abita in zona, non si perda il 18 maggio il Pomeriggio Ricicloso. Cliccando qui potete scaricare la riduzione per l’ingresso al Parco e al laboratorio di riciclo creativo di Serena… e, se andate, tornate a raccontarci!

Di viaggi e fotografia: intervista a 4 mani a Enikő Lőrinczi

Se non ci fosse la rete… chi l’avrebbe mai incontrata questa donna bellissima? Si chiama Enikő Lőrinczi, è nata in Ungheria e vive in Abruzzo. E’ una splendida mamma e bravissima fotografa.

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foto di Serena Albini

Ieri, con Ernesto, leggiamo che Venerdì 12 aprile (alle 18,30, all’Officina del centro storico di Giulianova, in Abruzzo) c’è l’inaugurazione della sua mostra fotografica: Albe.ri. Da lì a decidere di intervistarla a 4 mani… va da sè.

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Inizia l’intervista la Signora Trippando. Mentre Ernesto fa un pò il disturbatore: con il pretesto di voler mettere a suo agio Enikő, la fa chiacchierare del più e del meno. Si ride.

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Silvia: Enikő, ci racconti qualcosa di te? Sei ungherese ma vivi in Abruzzo. Cosa ti ha spinto fino qua?

Enikő: E’ una storia lunga. Quando vivevo in Germania dove insegnavo danze popolari, ormai 18 anni fa, ho accompagnato i miei ragazzi a un festival internazionale di folklore, l’Europeade, dove ho incontrato un gruppo abruzzese, Li Sandandonijre. Allora non sapevo che quest’incontro si sarebbe rivelato fatale… Tu pensa, in un festival con più di 5000 partecipanti è capitato di incrociare quella “banda di mitt” varie volte in 4 giorni, addirittura di suonare e ballare sullo stesso palco. Si, era proprio destino, ne sono convinta. Da lì è nata un’amicizia prima col gruppo, poi l’amore con uno dei componenti. In seguito ho deciso di trasferirmi in Italia e continuare i miei studi all’Università di Firenze dove studiava quello che sarebbe poi diventato mio marito. Dopo aver messo su famiglia e messo al mondo due creaturine, abbiamo deciso di lasciare Firenze e di trasferirci in campagna. L’Abruzzo era perfetto: per la famiglia di mio marito, le sue radici e la bellezza di questo posto. Da 6 anni viviamo qui e ormai considero questa terra casa mia. Volevi una risposta sintetica alla tua domanda? Cosa mi ha spinto fin qui? L’amore.

Silvia:  Che bella storia d’amore e d’Europa! E adesso, cosa fai in Abruzzo, oltre a splendide fotografie?

Enikő: Prima di tutto faccio la mamma a due splendidi rospi. Per quanto riguarda la mia vita lavorativa è tutto incerto, è tutto in continua metamorfosi. Sono un’insegnante precaria quindi tutto dipende dai corsi che tengo, dalle supplenze che mi affidano. Ultimamente mi sto preparando per intraprendere anche la carriera da fotografa che è sempre stata la mia passione per eccellenza insieme a quella per i viaggi. Vorrei seguire fondamentalmente due rami: quello artistico e quello applicato alla ritrattistica – mi piacerebbe specializzarmi nei ritratti di bambini – un mondo magico a sé.

A questo punto Ernesto torna a fare il “disturbatore, ma questo ci serve per conoscere meglio Enikő e per apprendere due cose su di lei che anche suo marito si chiama Ernesto (i casi!) e che lei canta in due cori polifonici (quando si dice l’arte!). Ma andiamo avanti…

Silvia: Ti piace viaggiare: quali sono le tue mete preferite?

Enikő: Con questa domanda m’inviti a nozze! Viaggiare è stato per me un amore incondizionato da sempre – da quando ero bambina e giravo con i miei genitori (al mare, in montagna, con il camper, in tenda, come capitava), da quando, da maggiorenne, ho iniziato a girare l’Europa con lo zaino in spalla (in autostop, con l’Eurail), poi da “grande” con più disponibilità economiche e sempre maggiore voglia di esplorare, di spingermi oltre, di conoscere terre, culture lontane. Ho girato, anche se in maniera limitata e circoscritta, un po’ mezzo mondo. Tranne l’Australia, ho visto un pezzo di ogni altro continente. Continente preferito: l’Asia (adoro l’India). Sogno nel cassetto? Fare un reportage fotografico lungo la Transiberiana: 9000 km in un mese, da Mosca a Pechino attraverso la Siberia, la Mongolia… un sogno!

A questo punto anche la Signora Trippando inizia a divagare: la Transiberiana?! Qui c’è un sogno in comune…

Silvia: vengo anch’io!!! te fotografi e io scrivo, ok??

Eniko: benissimo! tanto non sono molto brava a scrivere!

Torniamo serie…

Silvia: Com’è cambiato il tuo modo di viaggiare da quando sei diventata mamma?

Enikő: Com’è cambiato? Direi drasticamente. Si sono creati una serie di impedimenti per poter pensare ‘in grande’. Non posso più pensare di affrontare l’Himalaya o l’Africa nera con dei nanetti a seguito. Non perché sono iperprotettiva (ma forse un po’ sì), non perché le esperienze vissute non sarebbero una buona scuola di vita per loro, ma penso che trascinarli in luoghi dove andrei d’istinto ma che presentano un qualsiasi pericolo per i bambini sarebbe puro egoismo. Per non parlare dell’aspetto economico. Quindi solo mete “tranquille”, esclusivamente europee, non troppo ambiziose, a misura di bambino. Fortunatamente siamo fuori dal tunnel dei pannolini, mal d’auto, capricci vari, ecc. quindi riusciamo a viaggiare in maniera più o meno civile e rilassata. E avendo due figli con una curiosità implacabile e la passione per tutto ciò che è arte e storia, riusciamo a visitare musei, castelli, gallerie e divertirci pure! Ovviamente, appena avranno un’età adatta ripartiremo per mete più esotiche.

Prende la parola Ernesto. La Signora Trippando, nel frattempo, è crollata dal sonno.

Ernesto: Quando ti sei accorta che riuscivi a comunicare le tue sensazioni attraverso le fotografie?

Enikő: Quando avevo 19 anni e mi sono comprata la mia prima reflex ne ho avuto sentore ma solo pochi anni fa ne sono diventata cosciente. Dopo aver speso anni sui libri a studiare e analizzare parole (ho frequentato la Facoltà di Lettere) ho capito che il mio mezzo prediletto è l’immagine. Mi ci muovo con disinvoltura, la mia intuizione è più acuta quando devo sintetizzare o interpretare fatti o dettagli della realtà fotografandola. Mi piace pensare alla fotografia non come un mezzo per riprodurre la realtà ma come una sua rappresentazione soggettiva. La fotografia, per quanto ci si sforzi, non riproduce mai in maniera precisa e oggettiva la realtà nemmeno quando la si usa nel modo più diretto e puro possibile, ma c’è sempre un’interpretazione, un giudizio a monte e questo corrisponde all’occhio e alla mente del fotografo. Mi piace avere questo esclusivo binocolo sul mondo, ci vedo più chiaro, noto più dettagli e connessioni più ampie quando sono dietro una macchina fotografica. Lo dico sempre scherzando: è il mio terzo occhio…

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Ernesto: Qual è il tema che ti soddisfa di più e quello che sogni di analizzare?

Enikő: Il tema principale della mia “ricerca” è la bellezza: delle cose, delle non-cose (atmosfere, sensazioni, astrazioni), delle persone. Sebbene non sia una persona pignola – anzi! – quando fotografo sono attratta dai dettagli: mi piace catturarli (una crepa sul muro, un filo d’erba, una linea architettonica particolare), decontestualizzarli e dar loro una vita autonoma. Mi piace trasformare il concreto in astratto, dare la possibilità di reinterpretarlo, ridargli una nuova vita e stimolare l’immaginazione di chi lo guarda.
Poi ci sono i giochi d’ombra. Li adoro! Come le ombre cinesi che stimolano la curiosità e l’immaginazione o semplicemente generano bellezza. L’altro argomento inesauribile è l’umanità. Poi la natura, i paesaggi, la quotidianità… tanti sono i temi che catturano la mia curiosità.

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Ernesto: Venendo al tuo ultimo lavoro, oggetto della mostra che inaugurerai dopodomani: perché gli alberi e perché in inverno?

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Enikő: Ho sempre amato la natura e gli alberi in particolare modo. Sono cresciuta passando estati intere dai miei nonni in campagna e arrampicarmi sugli alberi o passare ore appollaiata su un ramo preferito mi era tanto naturale quanto camminare. Ultimamente ho cominciato a vederli con un occhio diverso, a valutare non solo il loro essere concreto ma anche la loro valenza simbolica. Prova a vedere un albero come metafora: le sue radici che si attaccano con determinazione e solidità al terreno, la robustezza o la grazia del sul tronco, i suoi rami che si protendono verso il cielo e verso il sole, la corteccia che è la sua pelle, le foglie che nascono, crescono, cambiano colore, muoiono poi rinascono sempre. E’ affascinante, non è vero? Mi piace vedere gli alberi come persone e, viceversa, le persone come alberi.
Perché d’inverno? Perché allora sono “nudi” e niente nasconde la loro essenziale forma. Perché sono in attesa, sono dormienti, si colgono nel loro più intimo essere.

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Una grande donna, mamma, viaggiatrice, fotografa… ci piace Enikő!

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L’Italia e il Made in Italy: intervista a Patrizia Belsito

Chi bazzica Trippando, Patrizia Belsito l’ha già sentita nominare. E’ una nostra -bravissima- co-blogger. Ma magari non sapete qual è il suo mestiere: Patrizia è una creativa, una stilista, che da non molto ha un proprio marchio che più Made in Italy non si può. Chi meglio di lei può raccontarci l’Italia ed il Made in Italy? Eccola!

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Quando, come e con quali prospettive è nata l’azienda “Patrizia Belsito” ?

L’azienda Patrizia Belsito è nata circa 5 anni fa anche se Patrizia Belsito è da circa 15 anni che traffica nel fashion design.

La volontà di diventare un marchio di nicchia si è concretizzata dopo aver fatto varie esperienze volte a prendere possesso di cognizioni tecniche riguardanti tutte le fasi ideative e produttive di un capo di abbigliamento, ora l’obbiettivo più prossimo è quello di aprire un monomarca.

Chi era Patrizia Belsito prima dell’apertura della “Patrizia Belsito”?

Prima prima Patrizia Belsito era una studentessa universitaria di giurisprudenza,nella mia famigia da parte di padre ci sono moltissimi avvocati e da parte di madre molti artisti e questi due “Sangui” sono sempre convissuti in me in maniera abbastanza pacifica , fino a quando è venuto il momento di dedicare la vita a uno di loro. E lì è scoppiata una ribellione quasi indipendente da me, piano piano i miei interessi i miei sforzi e le mie inclinazioni sono andati tutti nella stessa direzione e mi sono ritrovata ad aver scelto senza sapere di averlo fatto.

Da lì in poi è cominciato un cammino di formazione personale fatto di pratica, niente bei disegnini ma forbici e stoffe, niente scuole ma lavori in aziende, dall’aver creato una capsule collection maschile per il grande brand Mario Borsato (purtroppo non più esistente) all’esere diventata product manager del settore denim per il gruppo Inditex (Zara Berska ecc.) fino a quando mi sono sentita pronta per partire da sola.

Patrizia, come realizzi le tue creazioni?

Le mie creazioni hanno un processo ideativo piuttosto lungo ed elaborato; le mie collezioni infatti sono composte di pezzi dal design assolutamente originale, dove per originale non si intende bizzarro, ma inedito.

I modelli quindi, da una prima idea essenzialmente estetica , subiscono mille modifiche ed adattamenti prima di arrivare a quella che secondo i miei canoni è la perfezione, ovvero essenzialità nella costruzione, facile  portabilità, valorizzazione dell’individuo.

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Qual è il ruolo del tuo marito fotografo, Gabrio Tomellieri, nella “Patrizia Belsito”?

Ovviamente le foto di Gabrio sono una parte importante del nostro lavoro, rappresentano il lato comunicativo, che se è importante in tutti i settori, nel nostro forse lo è ancora di più, spesso l’immagine di una linea di design è più importante dei suoi stessi prodotti!

Hai dipendenti, come siete strutturati?

Non abbiamo dipendenti, tutto quello che viene realizzato al di fuori dell’atelier, che sia da un punto di vista produttivo piuttosto che di marketing ecc. viene messo in mano a realtà autonome.

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Quali progetti hai per il futuro?

Per il futuro come ti ho detto vogliamo aprire un monomarca anche se per ora la località rimane top secret. In un futuro più remoto?…bhè molto dipenderà da come si svilupperà questa fase del nostro percorso!

Sei una viaggiatrice per passione e per lavoro. Quando hai contatti lavorativi con l’estero, che immagine passa dell’Italia, degli italiani e del Made in Italy?

La creatività italiana all’estero è adorata, la nostra immagine di Made in Italy è ancora molto forte ed è un biglietto da visita importante, soprattutto quando si parla di alto di gamma. Si può dire che il Made in Italy è di per se stesso un brand, che all’estero si vende molto bene.

Dai Patty, prova a convincere un lettore a spendere di più ma comprare un oggetto Made in Italy…

Perchè comprare un Made in Italy? Molti potrebbero essere gli argomenti, identità nazionale, aiutare il proprio paese in un momento difficile, garanzia di qualità… ma soffermiamoci su un discorso puramente economico: scartando i prodotti “da bancarella” da pochi euri, siamo davvero sicuri che un capo di grandi catene distributive internazionali (senza fare nomi questi colossi ormai capeggiano in ogni città italiana) sia più economico di un made in italy? Le realtà produttive italiane sono moltissime e non sono solo brand extralusso, spesso sono aziende che lavorano in piccoli quantitativi con tessuti italiani e manodopera italiana con una attenzione ai dettagli e allo stile che rendono il capo qualcosa che va oltre  un capriccio di stagione.

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Io mi sono convinta… voi? Date un’occhiata qui alle creazioni di Patrizia…

Sullo stesso argomento:

L’Italia e il Made in Italy: intervista a Riccardo Badon di de Robert

L’Italia e il Made in Italy: intervista a Riccardo Badon di de Robert

Le scarpe de Robert sono, ormai da quasi un anno, presenza fissa ai piedi della Signora Trippando. In viaggio o al parco dietro casa, offrono comodità e stile, sia nella linea classica che in quella, più sprint, Olivia e Martina. Avere le de Robert ai piedi è sperimentare il Made in Italy in prima persona. A proposito di Made in Italy, avevo delle curiosità e ho fatto qualche domanda a Riccardo Badon, nipote del fondatore e attivissimo in azienda. Sono certa che interesseranno anche voi. 

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Quando, come e con quali prospettive è nata de Robert?

De Robert è nata ufficialmente nel 1955 anche se iniziò 5 anni prima con il nome del nonno: ZeBa (Zeno Badon). La classica storia degli anni ’50… 5 fratelli, ognuno con la sua fabbrichetta e lui (prima dipendente del fratello maggiore) fu l’ultimo a partire e ad  oggi la sua è l’unica delle 5 ancora ad esistere. Nel ’55 cambia nome e diventa Robert. Negli anni ’70, acquisisce il nome attuale: de Robert Calzature s.r.l. ed entrano a far parte della società i figli: Roberto (mio Papà) e Siro (mio zio); il primo in produzione e collezione, il secondo in amministrazione e gestione, ma, fino alla sua scomparsa, sempre sotto l’occhio attento del padre.

De Robert è nata come le classiche fabbrichette: “so fare questo e faccio questo”, fornendo i negozi della zona; solo con l’entrata dei figli è stata strutturata, modernizzata con la catena elettrica e portata ad aprirsi a tutta l’italia, con, al momento, sei agenti sul territorio italiano, punti vendita dalla Val d’Aosta alla Sicilia e quattro agenti all’estero.

L’obiettivo era ed è tutt’ora quello di fornire una calzatura di alta qualità sia nella fattura che nei materiali e nella lavorazione e sfruttare questo per posizionarci in una nicchia di mercato, dato che non abbiamo un nome/brand forte da poter essere riconosciuto come una griffe.

E adesso com’è, fisicamente, quella che era “una fabbrichetta”?

Quella che ora era fabbrichetta ora è un’azienda alla terza generazione, con 42 dipendenti, una produzione di 400 paia di scarpe al giorno circa, un bilancio annuo di 8 milioni di euro circa, che partecipa alla principali eventi fieristici: da Milano, Mosca, Duesseldorf, Parigi, Monaco, NY, Las Vegas e che ha uno showroom ad Hong Kong e uno a Bruxelles. Stiamo programmando una riorganizzazione generale per aprirci a nuovi mercati e stiamo cercando di creare un ufficio comunicazione interno, per gestire pagine social e sito in tempo reale…

Una fabbrichetta che si è trasformata in industria di altissimo livello. Ci racconti come ci si sente a portare il proprio nome e quello dell’Italia nel mondo?

E’ impegnativo, perchè la competizione è sempre più elevata e l’offerta vastissima. Bisogna imparare le tradizioni e le usanze dei paesi nei quali ti proponi, capire le esigenze della clientela finale e adattare il prodotto al mercato… Impegnativo ma stimolante! Il nome del Made in Italy, purtroppo, non si capisce bene che valenza abbia, nel senso che in un periodo di instabilità e insicurezza come quello che stiamo vivendo il Made in Italy ha certo la sua importanza e il suo valore ma non è fondamentale. Della serie: se c’è meglio; se non c’è non importa. Per farti conoscere devi lottare con altre armi: raccontare chi sei, da dove vieni; la tua qualità va spiegata e fatta capire. Diversa cosa, invece è se sei una firma: in quel caso il Made in Italy è la cosa più importante e dà valore aggiunto! Il nome Italia però ti aiuta per il fatto che TUTTI vorrebbero vivere nel nostro paese e quando sentono la tua parlata si illuminano gli occhi di tutti.

Lavorando spesso con stranieri e andando per fiere in tutto il mondo, ci racconti come sono visti gli italiani nel mondo e come invece sono visti i prodotti Made in Italy?

Come ti dicevo, gli italiani sono AMATI all’estero: quando sentono la nostra parlata, dicono: “WOW.. are you italian???” I prodotti Made in Italy hanno il loro perché: il fatto che vengono prodotti in Italia, meglio ancora, nella Riviera del Brenta nel nostro caso, viene apprezzato quindi e stanno li a controllare se le scarpe siano fatte bene o no, si fidano! Ma non è la condizione fondamentale: ora come ora la qualità è importante ma anche il prezzo ha la sua incidenza.

Sull’Italia come paese, invece… che dire: amano le nostre terre, il nostro mangiare, il clima, ma per il resto pensano un po’ quello che pensiamo noi… questi giorni ne sono un’esempio…

Anche se, parlando bene a fondo… tutto il mondo è paese. Le beghe che abbiamo noi le hanno anche gli altri paesi; magari loro sono più bravi a nasconderle!

E di Riccardo Badon cosa mi dici?

Ho 30 anni, sono in azienda da 8. Ricopro, con il mio papà il ruolo di coordinatore di collezione. Il compito nostro è quello di coordinare il lavoro dell’ufficio stile, di fare da filtro tra il design proposto e il nostro target di riferimento (la nostra “donna de Robert”) e le esigenze dei nostri clienti. Ecco perchè partecipiamo a tutte le fiere in prima persona. Ho frequentato l’azienda, e in particolare la modelleria e la produzione, già quando studiavo alle scuole medie, durante la pausa scolastica estiva. Dopo il liceo scientifico ho frequentato il Cercal a San Mauro Pascoli: scuola di stilismo e modelleria per calzature.
Dopo 4 mesi come stagista presso la modelleria di Baldinini srl, sono rientrato in Riviera del Brenta, ho trascorso 1 anno all’ ufficio stile e ho iniziato a frequentare il Politecnico Calzaturiero, dove mi sono diplomato nei 2 anni di Tecnica Calzaturiera e nel terzo anno specialistico di Stilismo.
Anche questa è l’Italia. Un’Italia che ci piace molto. 

Mollo tutto e apro un Bed and Breakfast ad Istanbul – Adri Duarte si racconta

Adri Duarte: una brasiliana che, dopo anni vissuti a Milano ha deciso di trasferirsi ad Istanbul. E di aprire la sua casa agli amici e agli ospiti. A Casa dell’Adry è un bed and brakfast per godersi Istanbul like a local. Adri è la nostra co-blogger che racconta di Istanbul e della Turchia. Dato che, in questo periodo, regala un soggiorno ad Istanbul al suo B&B, mi ha fatto piacere intervistarla. Per farvi vedere Istanbul coi suoi occhi. Perchè unA di voi la vedrà!

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Adri come ti sei innamorata di Istanbul?

Mi sono innamorata di Istanbul il primo giorno che sono arrivata. Mi ricordo anche il momento, come un colpo di fulmine. Era l’agosto del 2011 ed ero arrivata qua in vacanza con mio figlio.

… E poi??

Siamo usciti dell albergo e siamo andati a fare il primo giro. Uscendo dal bazar delle spezie ci siamo trovati davanti le barche che vendono il Balil Ekmek, di fronte il corno d’oro, il ponte e la torre di Galata, i gabbiani. Era l’ora del tramonto e come tutti i tramonti estivi Istanbul diventa arancione. E ad un tratto arriva l’ezan, il richiamo alla preghiera che invade tutto. In quel momento mi sono guardata intorno e mi sono detta: dove sono? Che posto è questo? È qua che voglio essere tutti i giorni! Sono tornata a casa e mi sono licenziata. Da quel giorno non ho più pensato ad altro se non ad Istanbul e a come fare per stare qua tutti i giorni…

Licenziata da dove: chi era Adri prima di approdare a Istanbul?

Ero la direttrice di una agenzia di moda e spettacolo a Milano; lavoravo nel mondo della moda sia come direttrice di un’agenzia che comee stylist in shooting fotografici e in una rivista di moda.

Ma a Istanbul niente moda, vero?

Istanbul è la più nuova capitale della moda! C’è un grande fermento… hanno Vogue e l’Officiel; la fashion night, la fashion week… stilisti che sfilano anche a Parigi, grandi agenzie di produzioni. Ad Istanbul hanno i più chic e grandi centri commerciali dell’Europa: hanno tutte le marche dell extra lusso. E spendono un sacco di soldi in fashion!!

Dalla moda all’hotellerie: a Istanbul gestisci un B&B. Ci racconti come e perchè questa scelta?

Quello che volevo fare era semplicemente vivere la città! Ero, e sono tutt’ ora, entusiasta di tutto quello che mi circonda. Ho passato mesi a fare avanti e indietro tra Milano e Istanbul cercando una casa che mi rispecchiasse, e che mi desse quella sensazione di vivere veramente Istanbul. Quando stavo a Istanbul soggiornavo in un ostello di quelli che sono diventati miei grandi amici. Mi è successo varie volte che mi veniva richiesto dagli altri ospiti di portarli in giro o in determinati posti suggeriti dai dipendenti dell’ ostello perchè “L’Adry sa! Chiedete a lei”. Ed io li portavo, così, perchè mi faceva piacere fare conoscere agli altri quello che avevo scoperto e sapevo. Da lì alla scelta di fare questo di mestiere è stata naturale… Ospitare e offrire tutti i segreti che conosco di questa città.

Come descriveresti “A casa dell’Adry”? Per che tipo di viaggiatori è?

La casa dell’Adry è per chi cerca come me di vedere ANCHE, ma non solo, quello che c’è DIETRO alle vie principali. Per chi vuole stare a casa, per chi vuole condividere opinioni e chiedere consigli. Per chi una sera non vuole uscire a mangiare. Per i curiosi, gli esploratori, per chi vuole portarsi a casa qualcosa di diverso. Per chi vuole trovare compagnia, per chi vuole passare alcuni giorni like a local; per chi vuole conoscere. La casa dell’Adry è anche per chi ha un’esigenza particolare, per chi è già stato e cerca qualcosa di diverso, ma anche per chi non è mai stato e vuole la serenità di una guida. O per chi, semplicemente, cerca una camera fuori delle vie principali del turismo o non ha voglia di hotel… Per chi cerca qualcuno che ci vive e che per andare, insieme in giro fuori dai percorsi tradizionali. “La casa dell’Adry” non è solo bed and breakfast ma anche giri spensierati e non per la città: a fare shopping, a vedere quartieri meno battuti, a prendere un te in Asia…

Adri, come è Istanbul “like a local”?

Hum… Forse non è quello che fai, ma quello che senti… quello che ti lasci fare dalla città che visiti, quando ti lasci portare! Da qualcuno, da qualcosa, dalle sensazioni e dalle emozioni… è saper dividere quello che è reale da quello che lo è meno. E’ il vedere i posti turistici perchè comunque belli e sentire quelli che sono meno turistici. E’ capire. E’soprattutto capire quello che una città è. Sempre. Tutti i giorni. Dall’ interno della città, dal quotidiano di chi ci abita. Guardare oltre la superficie. Ed Istanbul solo così la puoi capire fino in fondo: togliendo lo strato più sottile della superficie. Si può anche dire.: “guardando sotto il velo”…. ;-)

Adri, in 5 parole, cos’è Istanbul per te?

Contrasti, modernità, tradizioni. allegria e malinconia insieme. Magia e caos. Un posto unico nel mondo. Un mondo dentro una città. (non ce la faccio in 5! ahhahahah).

Io ho un desiderio matto di visitare Istanbul, ma c’è anche gente che non è attratta da questa città: perchè dovrebbero venire a Casa dell’Adri?

Non dovrebbero venire. Perchè è Istanbul a chiamarti. Non dovrebbero venire perchè qualcuno ha detto loro che è bella e basta. Si dovrebbe venire quando si è pronti a vederla. In tutti i sensi, perchè Istanbul è un’ esperienza forte, non è fatta solo di bellissimi tramonti, di giri in battello e di belle moschee. Io direi che prima bisogna leggere, leggere e preparasi. E, leggendo, trovare quel punto, quel dettaglio che cerchiamo tutti. Ognuno ha il suo e Istanbul ha qualcosa per tutti. Ti accoglie e si regala.

Adri, cos’è assolutamente da non perdere ad Istanbul?

Il panino con il pesce cucinato sulle barche sul corno d’oro, il tramonto arancione sul ponte di Galata, il mercatino della domenica a Ortakoy, l’harem del topkapi,l e spremute di melograno, la moschea di Fatih, i narghilé bar, l’Istanbul Modern, un cay a uskudar in Asia al tramonto.

Se vi è venuta voglia di Istanbul, provate a vincere un weekend “A casa dell’Adry” (cliccate qui per partecipare). Altrimenti visitate il blog di Adri, per vivere Istanbul ogni giorno. E andatela a trovare!!

Intervista doppia a Elisa e Luca di miprendoemiportovia

E’ con grande piacere che intervisto due amici. Una bella coppia di Viaggiatori: Elisa Paterlini e Luca Golinelli del blog miprendoemiportovia.

Coppia nel blog e coppia nella vita: Elisa che mostra la faccia, Luca che resta dietro le quinte. Da dove venite e come vi siete incontrati per prendervi e portarvi via?

Elisa: Il 26 dicembre del 2010 ho chiesto ad un mio amico “storico” col quale dovevo uscire di portare con sè anche un amico “valido”. E lui si è presentato con Luca. Il 6 gennaio nasceva miprendoemiportovia e noi ci incontravamo per la seconda volta. L’amico del mio amico storico era veramente valido (o pazzo scegliete voi) visto che dopo tre mesi mi ha chiesto di sposarlo e dopo otto lo stesso amico che ci aveva presentato ha celebrato il nostro matrimonio sotto la vigna di una lambruscheria di Modena nell’ultimo caldo di settembre. Di fatto il blog ha iniziato a prendere vita dopo il nostro viaggio di dicembre a Parigi e da lì è iniziata una nuova vita insieme dedicata al viaggiare che è una passione che ci accomuna.

Luca: L’incontro è avvenuto al cinema, quella sera proiettavano “American Life” di Sam Mendes. Il film parlava di una coppia di ragazzi che girovagavano negli Stati Uniti alla ricerca della città perfetta in cui mettere radici e far nascere la loro bimba. Beh, se non era un segno del destino quel film poco ci mancava. Ogni nostro viaggio sembra rinchiudere questo desiderio, tant’è vero che le ho chiesto di sposarmi nella mia città preferita: Berlino. Non ho mai viaggiato quanto avrei voluto, anche per colpa mia, ma per fortuna è un difetto che sto correggendo di giorno in giorno! Il blog è parte integrante della nostra vita, un’espressione del nostro amore per il viaggio.

Che bello questo incontro e il prendersi e portarsi via: qual’è stato il primo posto in cui “vi siete portati”?

Elisa e Luca: E’ difficile rispondere perché i viaggi che abbiamo fatto hanno avuto tutti un significato particolare e allora come definire il primo? La prima volta in assoluto che siamo andati via insieme è stato per un weekend a Siena. Assai piovoso ma anche molto romantico dove abbiamo fatto colazione con Brunello inebriati da questa bella città e dalle sue attrattive enogastronomiche. Quello però era un week end non un viaggio nel vero senso della parola. Il nostro primo vero viaggio è stata la Germania. Un viaggio on the road fino a Berlino e Bamberga patria della birra artigianale che adoriamo! Berlino è la città dove ci piacerebbe abitare se la lingua e il clima non fossero così ostici. Berlino ci piace così tanto perché oltre ad essere densa di storia è una città in cui si respira arte ovunque e pullula di locali strampalati che ci sono rimasti nel cuore.

Ecco perchè siete ritornati a siena anche qualche tempo fa: com’è stato riviverla da sposati, con viaggi e vita comune alle spalle?

Elisa e Luca: Siamo già tornati a Siena tre volte ed ogni volta ne abbiamo scoperto un pezzo in più come del resto ad ogni viaggio che compiamo scopriamo un pezzo in più di noi due. Viaggiare per noi è una necessità e farlo insieme è sempre un’occasione per scoprirci e metterci alla prova anche come coppia.

Mi pare di capire che Siena è “la vostra città italiana” e Berlino quella europea. E nel mondo? Quale altra città amate più delle altre?

Luca: Beh un posto d’onore l’ha sicuramente una città messicana ricca d’arte e sconosciuta ai più che risponde al nome di Guanajuato.  Il clima è splendido tutto l’anno e la sera è una festa continua tra locali e bande di mariachi che animano la piazza centrale. E poi  abbiamo un legame speciale con questa città: l’anno scorso abbiamo partecipato al matrimonio di Luca, il fratello di Elisa, e Isabel, mexicana di Guanajuato. Com’è facile immaginare è stata un’esperienza che ci porteremo sempre nel cuore… anche se sopravvivere al karaoke dopo 12h di festeggiamenti è stata una vera e propria impresa!

Elisa  e Luca a Guanajato - Messico

Elisa e Luca a Guanajato – Messico

Elisa: Certo a Guanajuato abbiamo lasciato un pezzettino di cuore e vorremmo tornare presto ma abbiamo un bellissimo ricordo anche di Città del Messico. Io ci ero già stata da sola, stavo in un hotel lurido nel centro storico, ricordo il “coprifuoco” al calar del sole e di essere scappata dopo un giorno. Città del Messico è una città strana, bisogna saper andare oltre le apparenze per apprezzarne tutta la sua bellezza e la sua carica vitale. Infatti quando siamo tornati nel 2011 insieme il soggiorno ha avuto tutto un altro sapore. Siamo restati cinque giorni ma avessimo potuto ci saremmo soffermati di più. Entrambi amiamo molto le opere di Frida Khalo e Diego Rivera così che abbiamo ricalcato le loro orme visitando tutti i luoghi per loro più importanti della città dalla mitica casa Azul dove Frida ha vissuto la sua infanzia alla casa in cui hanno vissuto lei e Diego nei sobborghi di città del Messico. Ma ciò che più ci ha colpito è stato il museo Dolores Olmedo dove abbiamo potuto ammirare le opere più belle di Frida come “la colonna spezzata”.

E del viaggio di nozze, che cosa ci raccontate?

Elisa e Luca: Il nostro viaggio di nozze è stato in Sud Africa, Botswana e Cascate Victoria. Un viaggio che non scorderemo davvero mai, pieno di emozioni come ogni viaggio certo ma diverse perchè a contatto con la natura selvaggia. In Sud Africa abbiamo passato qualche giorno al Kruger National Park in una riserva privata. Ogni mattina si partiva all’alba col ranger e lo scopriorme alla ricerca dei big five e al tramonto ci aspettava nuovamente un nuovo safari immersi nei meravigliosi tramonti africani. Dal Kruger siamo volati a Cape Town dove con la macchina siamo arrivati fino al Capo di Buona Speranza avvistando dalla costa le balene! Sempre con la macchina poi siamo andati nelle winelands (sapete come amiamo il vino, no? vi abbiamo dedicato anche una rubrica del blog) dove le cantine vinicole sono delle vere e proprie regge, a volte delle gallerie d’arte! Altra tappa in Botswana al Chobe National Park volando sopra il delta dell’Okavango, uno degli eco sistemi più spettacolari al mondo. In 5 sopra ad un Cessna sperando che non fosse l’ultima volta! Ed infine il viaggio è terminato alle Cascate Victoria, le più grandi al mondo, un’emozione indimenticabile.

Elisa e Luca alle Victoria's  fall

Elisa e Luca alle Victoria’s fall

…e il viaggio a Bali?

Elisa e LucaBali invece è stato uno dei grandi viaggi del 2012. Stanchi delle diatribe sui blog tour lo abbiamo denominato #balilovetour, abbiamo contattato le strutture turistiche per proporre loro di visitarle. Purtroppo abbiamo scelto il periodo sbagliato, in molte si sono dette interessate ma il periodo di così alta stagione non ci ha permesso di soggiornare presso le loro strutture.
E’ comunque stato un viaggio ugualmente denso di avventura a bordo del nostro scooter dove non ci siamo fatti mancare nulla  nemmeno un incidente!
a Bali...

a Bali…

Come è stato passare da viaggiare da soli (o con amici) ai viaggi di coppia?

Elisa: Viaggiare da soli è bellissimo, ti mette a contatto con te stesso, coi tuoi limiti, con le tue paure e tutto quello che conquisti lo vivi come un successo personale.
Viaggiare in due, se ci si sente affiatati e sulla stessa lunghezza d’onda è magnifico. Ti permette di crescere insieme, ti mette alla prova. Prendi quest’estate a Bali quando abbiamo fatto un incidente in scooter. Essere in due è stata una vera risorsa. Dove non arrivo io c’è Luca e viceversa. Se io sono giù lui mi tira su, se lui non è contento di una cosa io ci metto un po’ della mio ottimismo. Le esperienze in due sono ancora più arricchenti perchè godono di due punti di vista. Ma occorre essere in sintonia, ci vuole feeling e non è solo una frase scontata. Ho viaggiato anche con altri partner ma le cose non andavano così come vanno adesso, quindi viaggiare in due è bellissimo ma dipende chi c’è al tuo fianco.
Luca: (premetto che rispondo senza leggere la risposta dell’Eli!) Per me è stata la conferma che la felicità è tale solo se condivisa. Viaggiare ti offre infinite possibilità di gioire di ciò che stai vivendo, e volgere lo sguardo verso la tua compagna e vedere nei suoi occhi trasparire gli stessi tuoi sentimenti non ha eguali. Poi arrivano i momenti brutti, quelli in cui puoi incappare in un incidente, in un furto o in uno smarrimento di bagagli, ma sai sempre che quando sei giù l’altro è al tuo fianco che ti risolleva con una sonora risata.

Presto sarete in tre. Come pensate ai vostri viaggi “di famiglia”?

Elisa e Luca: Ecco questa sì che è una bella sfida. La più grande. Appena ha scoperto di essere in incinta Elisa ha esclamato: “Oddio! E adesso come facciamo a viaggiare?”. Non sarà una cosa semplice ma speriamo il più possibile di rimanere fedeli a noi stessi e alle nostre passioni. Crediamo che molto sia dovuto alla nostra cultura italiana che ci inculca l’idea che avere un figlio significhi schiavitù e di conseguenza fine assoluta dei viaggi (al massimo a Pinarella… senza nulla togliere a chi va in vacanza in Riviera con la famiglia, ma non è ciò che fa per noi). Se guardiamo agli altri Paesi scopriamo che viaggiare coi propri bambini è possibile. Sempre a Bali, in una bettola di hotel, c’era una coppia australiana che faceva colazione mentre il loro bimbo di poco più di un anno esplorava il pavimento in compagnia di un gatto. Subito abbiamo immaginato le facce delle nostre madri scandalizzate!
Del resto è una musica che si ripete: è successa la stessa cosa per il matrimonio, tutti a dirci, con fare minaccioso di chi la sa lunga: “Vedrete che cambierà!”.
E in effetti è cambiata.
Ma in meglio!

Siccome Elisa e Luca partecipando ad un concorso e “chi non piange, non puppa” (giusto per restare in tema di figli…), piango io per loro, invitandovi a leggere questo loro articolo, a commentarlo, a condividerlo se vi piacerà (vi piacerà, vi piacerà!)

Sapete cos’è e come funziona ChangeYourFlight? Ce lo spiegano i fondatori

Vi è mai capitato di sbagliare a fare una prenotazione aerea oppure di dover rinunciare ad un volo, all’ultimo minuto? Succede, quando si viaggia spesso. Come avete fatto per avere il rimborso? Adesso c’è un’opzione in più per recuperare i soldi e “cambiare volo”: si chiama ChangeYourFlight. Cos’è? ce lo spiegano i suoi fondatori: Iñaki Úriz  e JoseLuis Vilar.

Chi sono le persone che stanno dietro a ChangeYourFlight? 

I due fondatori di CYF: a sinistra Iñaki Úriz, Co-founder & CEO, e a destra JoseLuis Vilar, Co-founder & CCO;

José Luis: Dietro ChangeYourFlight c’è un affiatato team di otto ragazzi, con sede a Barcellona. Veniamo da Spagna, Portogallo, Svezia e Italia e siamo diversi anche per formazione (ingegneria, finanza, comunicazione ecc.), ma ci accomuna un percorso internazionale, la passione per i viaggi e, soprattutto, la devozione alla causa di ChangeYourFlight: la fiducia nel valore del progetto e la forte determinazione e volonta’ di farlo decollare. In particolare, ad aver ideato e gettato le basi di ChangeYourFlight siamo stati Iñaki Úriz (35 anni, di Pamplona) ed io (JoseLuis Vilar, 31 anni, di Barcellona). Iñaki è un ingegnere civile, ha un Master in Management ed è un pensatore analitico specializzato in finanza; mentre io sono un ingegnere meccanico con una specializzazione in design, un creativo con esperienza nel campo dell’innovazione e del business strategy.

Iñaki, come avete avuto, tu e Josè, l’idea di aprire una startup come ChangeYourFlight?

Iñaki: L’idea di creare ChangeYourFlight, come spesso accade, è nata da un’insoddisfazione personale legata a un’esperienza di viaggio negativa. Nel marzo 2009, avevamo cercato per l’ennesima volta di organizzare una rimpatriata a Parigi fra vecchi amici, ormai sparsi per l’Europa per lavoro. Purtroppo, causa imprevisti lavorativi dell’ultimo momento, a Parigi siamo andati solo JoseLuis ed io, mentre i nostri amici si sono ritrovati ancora una volta con in mano dei biglietti aerei non rimborsabili e senza speranza di poterli recuperare. Da quel momento abbiamo iniziato a pensare a come evitare che un cambio di programma si trasformasse puntualmente in una fastidiosa perdita di denaro. Abbiamo analizzato approfonditamente il fenomeno del no-show, ovvero della mancata presentazione all’imbarco di passeggeri già in possesso di un biglietto aereo, e ci siamo resi conto del notevole impatto economico che ha, non solo per i passeggeri, ma anche per le compagnie aeree, che si trovano a viaggiare con posti vuoti che avrebbero, invece, potuto rivendere. Così abbiamo deciso di metterci al lavoro per ideare una soluzione vantaggiosa sia per passeggeri sia per le compagnie: il risultato è appunto www.changeyourflight.it, la prima piattaforma online che permette di inoltrare una richiesta di rimborso di un biglietto aereo che si sa con anticipo di non poter utilizzare.

José Luis, ti va di entrare nei dettagli e spiegarci come funziona ChangeYourFlight?

José Luis: Certamente. Come ha anticipato Iñaki, ChangeYourFlight è una piattaforma online attraverso la quale i passeggeri possono richiedere un rimborso parziale del proprio volo. Il servizio è completamente gratuito ed è disponibile fino a tre ore prima della partenza. Si articola in tre semplici passi:

  1. collegarsi al sito www.changeyourflight.com ed inserire i dati della propria prenotazione;
  2. scegliere il rimborso desiderato e
  3. confermare la richiesta.

ChangeYourFlight si occupa automaticamente di gestire la richiesta unendola a molte altre e interagendo con la compagnia aerea per ottenere un rimborso. Infine, se la richiesta è ragionevole e viene accettata, emette un voucher di sconto per volare verso qualsiasi destinazione con la stessa compagnia entro sei mesi.

Abbiamo cercato di rendere il processo il più semplice e rapido possibile per i passeggeri e ci occupiamo di accompagnarli passo dopo passo, aiutandoli con spiegazioni, suggerimenti, video tutorial e supporto via e-mail. L’attenzione ai consumatori è, infatti, fondamentale per noi, così cerchiamo di fornire tutto il supporto necessario e di mantenere il dialogo con loro, raccogliendone i commenti e suggerimenti.

Non ho uno smartphone (anche se non so fino a quando resisterò senza), ma mi immagino una persona che deve partire e che, il giorno prima, si rompe una gamba: per rimandare il suo viaggio ed avere il parziale rimborso del suo volo tramite ChangeYourFlight deve avere un computer con se’, oppure c’è un’app che permette di “cambiare volo” dal proprio smartphone?

Iñaki: Siamo al lavoro per realizzarla e speriamo di poterla lanciare in tempi brevi. Il nostro obiettivo e’ che tutti possano utilizzare ChangeYourFlight in qualsiasi momento, gratuitamente e senza sforzo, per cui stiamo continuamente studiando le soluzioni piu’ efficaci per la telefonia mobile, assolutamente imprescindibili in quest’ottica.

Faccio l’avvocato del diavolo: perchè, se non mi danno le ferie ed io ho già prenotato un volo, dovrei rivolgermi a ChangeYourflight piuttosto che contattare direttamente la compagnia aerea?

José Luis: ChangeYourFlight non entra in competizione col servizio offerto dalla compagnia aerea, ma lo completa offrendo un’opzione in più. Attualmente se non ti danno le ferie puoi:

  • realizzare un cambio di data o di titolare del biglietto pagando la penale e la differenza di prezzo fra le due tariffe (il che a volte risulta più caro del biglietto stesso!);
  • richiedere un rimborso totale all’assicurazione, sempre che ne avessi preventivamente acquistata una e che preveda la copertura del tuo caso specifico (normalmente il fatto che il capo non ti conceda le ferie non ècompreso fra le cause di annullamento del viaggio con diritto al rimborso).

Ora, in aggiunta a queste due opzioni c’è ChangeYourFlight!

Diamo l’opportunita’ di recuperare gratuitamente parte dei soldi spesi attraverso un buono da utilizzare su un altro volo della stessa compagnia aerea. Il nostro target sono tutti quei passeggeri che per un qualsiasi motivo sono costretti a rinunciare a un volo scelgono di optare per un rimborso parziale gratuito.

Il team di CYF

E ora un paio di domande per entrambi:

Per avere un’idea così, occorre senz’altro aver viaggiato tanto: qual’è il paese che più vi ha affascinato? 

Entrambi: Assolutamente, possiamo dire di essere quasi costantemente in viaggio, sia per questioni professionali, sia per piacere. La destinazione che ha colpito entrambi è stata Macao. Il cambio culturale è molto grande e la destinazione molto particolare, con un turismo incentrato nel gioco e nei casino’.

Inaki: Senza dubbio mi ha affascinato molto la Colombia, soprattutto per la gente, assolutamente deliziosa e piacevole, con un atteggiamento molto disponibile.

JoséLuis: Per quanto mi riguarda, invece, un viaggio assolutamente indimenticabile e’ stato quello nei paesi baltici, per gli scenari straordinari, le luci e i colori impressionanti, probabilmente perchè ci sono stato in estate, e poi per l’organizzazione generale.

Cosa cercate quando siete in viaggio?

Entrambi: Quando viaggiamo cerchiamo di immergerci nello spirito della città, di interagire con la gente del posto, di provare cibi e bevande tipiche. Ci piace cercare di vivere la destinazione a 360 °, senza limitarci agli aspetti strettamente turistici, per viverla come se ne fossimo davvero parte. Crediamo sia il modo migliore per coglierne la vera essenza e trarre il massimo profitto dal viaggio.

Interessanti questi due tipi, vi pare? Quasi quasi mi hanno convinto…

Questo post NON è sponsorizzato

 

Intervista ad una blogger e viaggiatrice appassionata: Giovy Malfiori

Ne sono sempre più convinta. Nella nostra vita precedente io e la Giovy (Giovy Malfiori, n.d.r) avevamo fatto il liceo insieme. Impossibile che non sia così, perchè mi sembra davvero di conoscerla da sempre. Forse perchè siamo accomunate dalla passione per i viaggi. Forse perchè la sua passione trapela dal suo blog, Emotion recollected in Tranquillity. Una passione che esce fuori. Sempre. Ho deciso di intervistarla per conoscerla meglio io. Se non la conoscete o leggete già, scoprirete un bel personaggio. Se invece la conoscete bene, potrete viaggiare un pò attraverso i suoi occhi. E la sua passione!

Si inizia così, con una mail di qualche giorno fa ed io che le dico: Giovy, ho “bisogno” di intervistarti perchè ti conosco -virtualmente- da poco, ma mi sembra di aver fatto le scuole insieme. Siccome non le abbiamo fatto, voglio conoscerti meglio. E farti conoscere anche ai lettori di trippando, che, se mi leggono, vuol dire che hanno gli stessi miei gusti. E anche loro ti ameranno, ne sono certa!

Partiamo con le domande: so che vivi a Carpi, ma hai vissuto per un pò in Svizzera: chi sei, da dove vieni, cosa fai… e dove vai?
Io sono di Valdagno, alta provincia di Vicenza. Ho vissuto lì fino al 2002 e poi ho colto un’occasione lavorativa che mi ha portata in Svizzera. Ci sono rimasta fino al 2008, quando ho conosciuto Gian e abbiamo deciso di convivere.
Per me era più semplice trovare un lavoro in Emilia, dove vivo ora, ed eccomi qua. Mi piace definirmi “sbrindola” perché fin da piccola i miei mi hanno portata in giro e non mi hanno mai vietato di viaggiare. A 14 anni m’hanno messa su un pullman e spedita in Germania da sola e non li ringrazierò mai abbastanza per questo. Cosa faccio ora? Lavoro, come molti di noi blogger. Mi piacerebbe pagarmi bollette e affitto con la scrittura ma è ancora molto difficile. Dove vado? ovunque sia possibile :)
Sei anni in Svizzera. Leggendo il tuo blog si capisce che è un paese che ti è entrato nel cuore. Per me, è il primo paese estero che ho visitato da bambina. Che cos’è che ti ha affascinato, da straniera? E com’è per viverci?
Vivere in Svizzera è uno shock, spesso, per gli italiani. Per me è stato un “dissesto” che ho subito volentieri. Mi sono abituata subito all’ordine, soprattutto legislativo e delle istituzioni. In ugual modo, ho amato la flessibilità che è alla base di ogni rapporto lavorativo. La Svizzera pretende ma dà anche molto e questo ha fatto sì che il mio cuore si aprisse così tanto a quei luoghi. E’ bastato poi cominciare a coglierne la bellezza ed il gioco era fatto. Ora devo tornarci ogni tot di tempo e quando vedo la frontiera spesso mi commuovo come se fossi una bimba.
Dai spazio alla viaggiatrice che è in te: perchè consigli di visitare la Svizzera? Purtroppo il cambio euro-franco è molto sfavorevole e con i nostri stipendi medi è sconveniente. C’è qualcosa che si trova solo lì e che è da non perdere assolutamente?
Il cambio ora non è proprio il massimo. E’ vero. Ma ci sono luoghi per i quali val la pena fare qualche pazzia Elvetica. Parlo di Andeer, le terme non troppo distanti dal Ticino dove fuggivo ogni volta che ne sentivo il bisogno. Il biglietto di ingresso è attorno ai 20€ e non è per niente caro per l’ambiente in cui ci si troverà. La Svizzera merita tutta ma una città di cui innamorarsi è sicuramente Lucerna, bella in qualsiasi stagione e piena di cose inaspettate. Ho scoperto una collezione d’arte visitabile, così… per caso. A Lucerna poi si possono gustare buonissime fondue e già questo vale il viaggioCome dicevo prima sul cambio, spesso ci facciamo condizionare dal fatto che ci dicono “ah… è caro”. Io ho imparato dalla Svizzera e dall’Inghilterra che spesso non è così.
L’Inghilterra: altra tua grande passione: ci racconti come vi siete “incontrate”?
Per essere precisi, chiamiamole British Isles … ovvero le isole britanniche perché la mia passione non è solo la Gran Bretagna, l’isola più grande, ma davvero tutte quelle isole attorno a lei. Dalle più grandi (Irlanda, Isola di Man) alle più minusole, dove spero di poter approdare presto. Io e la Britannia (dai, chiamiamola così) ci siamo incontrate a più riprese da quando avevo 14 ad oggi. Ho cominciato ad amarla in modo viscerale nel 2007,quando per puro caro ho scoperto Liverpool, della quale sono perdutamente innamorata da quel momento. E’ stato lì che ho superato quella che io chiamo “la linea Londra” ovvero quando dici “vado in Inghilterra” e poi visiti solo la Big City, che già merita. Ho scoperto il Nord che è spesso stato etichettato come luogo industriale, grigio e poco interessante. E’ tutto tranne che poco interessante e ci sono posti spettacolari sia urbani che di campagna. Liverpool mi ha introdotta alla conoscenza di posti diversi come Manchester, Leeds, York. Poi è stata la volta del Galles e l’amore è stato totale. Non è solo il paesaggio a piacermi, è la gente, le loro abitudini, i loro diversi modi di parlare inglese.
Parlaci del Galles: per me, che non ci sono mai stata, è un luogo di fascino. Ce lo fai visitare attraverso i tuoi occhi?
Ah… sospirone. Il Galles è un qualcosa che ti entra dentro. Un signore inglese che si è trasferito lì e che abbiamo incontrato in un pub disse a me e Gian che il Galles è così bello perché non è ancora stato invaso dai turisti. E secondo me è verissimo. C’è molta gente che transita per quelle terre bellissime ma non troppa e questo è già un punto a favore. In Galles ti devi guadagnare molti luoghi a suon di miglia a piedi ed è il regalo più grande che quella terra può farti. I gallesi tra di loro si distinguono molto tra chi abita al nord e chi abita al sud. Al Sud ci sono le città più grandi e c’è molto più legame con l’Inghilterra. Il Galles è tutto bilingue ma a sud si sente parlare soprattutto inglese. Il Nord è un altro mondo, ed io lo adoro. Le persone parlano solo gallese tra di loro e l’inglese viene usato per i viaggiatori. I posti sono piccoli, ma incantevoli. Si passa dalla campagna ai villaggi sul mare senza accorgersene. A nord troneggiano molti castelli e i monti della Snowdonia, che sembra un regno fantasy con sto nome. A Caernarfon, altra città del mio cuore, impera il Castello che è importassimo per il Regno Unito perché lì viene incoronato The Prince of Wales, che di solito è il primogetino del sovrano in carica. Il Galles è come un vecchio signore burbero che però ti vede e ti sorride. Caernarfon lo testimonia benissimo. E’ granitica ma lucente. Piccola ma apertissima all’orizzonte. Lì c’è uno dei più vecchi pub di tutta la Britannia, il Black Boy Inn, dove si può bere la magnifica Purple Moose, una delle migliori birre al mondo per me.
Piccolo consiglio da amante di quelle terre: non noleggiate la macchina. Ci sono tantissimi abbonamenti per i mezzi pubblici e sono molto convenienti.
Mi hai fatto venir voglia di partire per il Galles. Quale altro luogo, sulla terra, ti è entrato nel cuore?
Quando qualcuno che mi legge mi dice una cosa come questa io sono felice. Un altro luogo principe del mio cuore è Cuba. Ho fatto una tesi in Storia dell’America Latina e ho studiato principalmente alcune dinamiche storiche dell’Isla Grande. Sono riuscita ad approdare a Cuba per ben tre volte e ho scandagliato quell’isola nel profondo. Soprattutto come viaggiatrice. E’ un posto speciale e, dicendo ciò, tralascio ogni colore politico possibile. E’ speciale per la sua gente, i suoi sorrisi e i colori. Ricordo quando sono tornata la prima volta, nel lontano 1999. Ero a Malpensa e aspettavo l’autobus per milano centrale. Guardavo il cielo e mi dicevo “questa è una tv in bianco e nero. Il Colore è Cuba”. Diciamo che le mie passioni si concetrano soprattutto nelle terre Nordiche, con questa piccola punta di Caribe.
Cuba ti ha colpito per la gente, i sorrisi, i colori. Di cos’altro vai alla scoperta quando viaggi?
Di solito mi concentro molto sulla storia, perché è un mio interesse personale. Storia per me è quella dei libri e quella della gente comune. La storia poi si porta spesso dietro l’arte, l’architettura, la costruzione delle città. Poi adoro testare i gusti del paese nel quale viaggio. La cucina e le bevande (soprattutto le birre) sono parte integrante dei miei viaggi perché spesso sono i gusti a farmi diventare nostalgica verso un qualche luogo. Attraverso questi “punti fissi” scopro il territorio, parlo con la gente e mi lascio conquistare dal paesaggio.
Sarai sulle tracce della storia anche nel tuo prossimo viaggio, a Rovereto. Un blog tour fai-da-te. Come, quando e perchè?
Beh… Rovereto. Posso dirti che sono nata ai piedi dell’altro versante del Pasubio, quello Veneto e Rovereto è sempre stato una presenza costante perché vedevo i cartelli stradali che ne indicavano la distanza. Ci passavo tantissime volte ma non mi fermavo mai. Ho una passione davvero grande per la Storia, soprattutto quella contemporanea e essere nata vicino a dove si sono svolti fatti fondamentali della Grande Guerra mi ha spinto spesso a mettermi gli scarponi e andare per trincee a cercar di capire l’atrocità della guerra. Rovereto è intrisa di questa storia ma è proiettata anche nel futuro, grazie al Mart e all’arte in esso contenuta. E’ una piccola città di cui non si parla quasi ma e che, a mio avviso, merita di sicuro. Per questo voglio scoprirla. Il blog tour fai-da-te è nato per caso, contattando l’APT di Rovereto e chiedendo loro se, considerato il mio blog e quelli del mio compagno, potevamo avere il permesso di fotografare il Mart all’interno. Da lì è partita una collaborazione più profonda che ci porterà a vivere due giorni e mezzo (giusto il tempo di un week end) a contatto con Rovereto e il territorio circostante. VisitRovereto ha compreso che dietro al mio desiderio di scoprire quelle zone c’era un interesse sincero, da vera viaggiatrice che ama capire. #RovStory avrà luogo dal 9 al 11 Novembre. Ovviamente twitterò e, una volta tornati, sia io che Gian racconteremo un bel po’ di cose.
Quando organizzi un viaggio, da quello “dietro casa” a Rovereto fino a quelli ben più lontani, come ti documenti? Leggi guide? Blog? Recensioni?
Di solito internet è la mia prima risorsa. Sono una fiera sostenitrice dei siti delle APT locali. Alcuni di quei siti (quelli inglesi e gallesi ad esempio) sono davvero una fucina informazioni. Il web mi aiuta ad avere una prima idea su un ipotetico itinerario ma soprattutto sui costi: mi rendo conto subito se una destinazione è affrontabile per il mio budget e il mio modo di viaggiare o no. Dopo di questo, acquisto la guida e approfondisco. Leggo le recensioni ma più per curiosità. Spesso mi fido del mio istinto.
Un’ultima domanda “fai-da-te”: cosa vorresti far sapere del tuo rapporto con i viaggi che ancora non ti ho chiesto?
Mi piacerebbe raccontarti di quella stretta al cuore che sento ogni volta che rivedo per caso, in un film o altro, un luogo che ho amato. E’ la stessa stretta al cuore che provo leggendo post di altri blogger che hanno visitato posti che ho visto anch’io. Ci sono luoghi che ti entrano nel cuore e che, a vederli soltanto, si sussulta. Io adoro quella sensazione al cuore, anche se poi sto male per la nostalgia. Non ne posso fare a meno e per questo continuerò a viaggiare. Per la curiosità che mi muove e per la voglia di conoscere il mondo. Per la voglia di innamorarmene e sentire poi la forte nostalgia … sentimento che mi spinge a partire di nuovo. ”Per la stessa ragione del viaggio, viaggiare!”
Dice di sè: Classe 1978, sbrindola, poliglotta e viaggiatrice per indole. Nasco e cresco in Veneto, divento grande in Svizzera per poi coltivare le gioie del cuore in Emilia. Mi sento un po’ la  Mary Poppins dei viaggi: sempre ottimista e con mille proposte e soluzioni in tasca per percorrere tutti i kilometri possibili. Prima o poi aprirò una gastronomia italiana nel Galles del Nord. Vorrei un incantesimo per essere semplicemente un po’ più alta e vorrei portare sempre i miei occhiali.