Il Salento dalla A alla Z – di Paola Russo

Tutti gli ospiti son graditi. Paola Russo lo è di più. E’ una lettrice di Trippando della prima ora. Ci ha regalato un racconto meraviglioso sull’India che, se non avete letto, vi invito a leggere. Insomma, una Viaggiatrice ed una Donna come ce ne sono poche. Aprire la posta e trovare un suo regalo come quello che state per leggere non ha prezzo. Leggetela, non vi deluderà!

Prendo in prestito e mi faccio ispirare dall’idea di Silvia sull’ABC Viaggi, per costruire un mio personale percorso alfabetico sull’ultimo viaggetto estivo, fatto in compagnia del mio compagno Marco, in Salento, ultima settimana di agosto. Prima di cominciare, andateci, è un posto meraviglioso. Poi, ABC….

A come acqua. L’acqua del Salento è verdissima, pulita, cristallina. Molto spesso è bassa quindi si può camminare per metri e metri dal bagnasciuga, e questo è bello anche per i bambini che si divertono un sacco. Non solo i bambini…

B come barocco. Il barocco leccese ha una caratteristica particolare, che è quella di essere esagerato. La mia Lonely Planet cita il viaggiatore Thomas Ashe, che la visitò nel XVIII, definendola “la città più bella d’Italia”, mentre il marchese Grimaldi dichiarò che la facciata di Santa Croce gli faceva venire in mente “l’incubo di un pazzo”. A me sono piaciuti il colore della pietra, la morbidezza dei ricami e delle preziosità, la ricchezza delle decorazioni. Non solo a Lecce, ma anche nella stupenda Galatina, che forse è più racchiusa e raffinata.

C come cozze gratinate. Noi le abbiamo mangiate in un ristorante a Soleto che si chiama “Sole Griko”. Sono grandi, ripiene di mollica di pane e parmigiano, e saporitissime. Mi sono rimaste nel cuore, ma assolutamente non sullo stomaco! Ancora a proposito di cozze, rimarchevole è il piatto pugliese riso patate e cozze, la tiella, anche nella sua variante leccese di “taieddhra”, con l’aggiunta di zucchine.

D come dolce. Il dolce tipico leccese è un “pasticciotto” di pasta frolla ripieno di morbida crema. Una delizia per il palato. Mi ha ricordato il “bocconotto” tipico di Maratea, ma quello contiene anche l’amarena, che non mi piace.

E come eccezione. Un ristorante che non ci è piaciuto, a Lecce. Ma forse queste sono cose da TripAdvisor, e infatti abbiamo provveduto a fargli una recensione negativa. Aspettare più di un’ora per due primi mentre tutti gli altri tavoli venivano prontamente serviti ci è parso un po’ esagerato, con la scusa poi che si fosse persa la nostra comanda…

F come frantoio ipogeo. Cioè frantoio sotterraneo. Ne abbiamo visitato uno a Gallipoli, che nel XVI e XVII sec. era importante per la produzione di olio “lampante”, che veniva usato per illuminare le strade delle principali città europee.

G come Gallipoli. La città si trova sulla costa ionica, e ci si arriva superando la “parte nuova” che è inquietante, soprattutto per la presenza di uno strano palazzone modernista che sembra lo schermo di un vecchio computer, insomma orribile. Poi arrivi all’isoletta dove si trova la città vecchia, attraversi il ponte che la collega alla terraferma, ti immergi nel dedalo di viuzze piene di palazzi barocchi, negozietti di souvenir, ristorantini, chiese in pietra rosa, ed entri in un’altra dimensione. Noi abbiamo visitato Gallipoli in una giornata di vento forte, e quando da una viuzza giungi verso la spiaggia della Purità, hai un colpo al cuore, per la linea curva e perfetta del seno omonimo, e per il colore del mare in tempesta.

H come hotel. Non servono, in fondo, qui in Salento. L’ospitalità dei b&b, anche di quelli più semplici e spartani, è perfetta. Il nostro, non mi stancherò mai di ripeterlo, era ottimo. Il suo sito web, purtroppo, non gli rende giustizia, www.olimia.it. A meno che non vogliate andare in uno di quei stupendi relais ricavati dalle vecchie masserie, allora immagino che vi potreste trovare in paradiso in terra. Ne ho visti alcuni per strada…

I come immagini. Sono quelle che ti rimangono attaccate agli occhi. La campagna fatta di terra rossa, ulivi e muretti a secco, masserie, strade che la attraversano a perdita d’occhio, poi improvvisamente la macchia verde-blu del mare, dietro una duna. Ho amato molto la strada che conduce a Otranto, è bellissima e dritta, immersa in questa campagna ricca di uliveti, e nessuna fotografia riesce davvero a renderne la serenità e l’ordinata bellezza.

L come Lecce. La prima sera c’era la festa di S.Oronzo, con un’atmosfera molto allegra e un po’ caciarona. Luminarie, bancarelle, festa di piazza. In altre situazioni abbiamo avuto modo di entrare nei vicoli e di ammirare tutto quel barocco eccessivo ma bellissimo. In particolare, l’aspetto scenografico della piazza del Duomo, che sembra davvero una quinta teatrale, è stupendo, soprattutto di notte.

M come musica della tarantola. Il tarantismo è un aspetto molto particolare della cultura salentina, nato dalla convinzione che i contadini che lavoravano nei campi e venivano morsi da una tarantola fossero poi tenuti in schiavitù dal canto del ragno, il suo “cantum tempore”. Ci sono tante leggende sul tarantismo, in questa che è anche terra di maghi, “macare” e fattucchiere. Oggi c’è la Notte della Taranta, che si tiene ogni anno a Melpignano e che celebra attraverso la contaminazione con altre musiche del panorama etnico internazionale la potenza dell’abbandono totale e dionisiaco alla musica. Noi eravamo lì proprio nel periodo della notte della taranta, ma ci siamo tenuti lontani dal frastuono e dal suo richiamo anche un po’ modaiolo.

N come nonsense. Troviamo divertentissimo il nonsense della viabilità complanare pugliese. Viabilità di servizio, complanari e indicazioni quantomeno ambigue. Insomma, bisogna proprio dotarsi di una cartina stradale per viaggiare in auto senza sbagliare diecimila volte strada! Marco era contentissimo della sua cartina, e la dominava in scioltezza!

O come Otranto. E’ la città di cui mi sono innamorata. Ci siamo andati due volte. Il primo giorno il caldo era torrido, e girare a mezzogiorno per le bianche stradine del centro storico è stato un po’ stressante. Ma la sosta sulla spiaggetta vicinissima al centro è stata rinfrancante. Il secondo giorno è avvenuta la scoperta. A parte il castello famosissimo, quello che ha dato il nome a tutta la letteratura “gotica” con il Castello di Otranto di Walpole, a parte i vicoletti bianchi stretti e costellati di raffinatissimi negozietti, a parte gli scorci di mare che ogni tanto ti aprono il cuore, uscire all’aperto di una sorta di piazza-terrazza sul mare, lucida e liscia di pietra e battuta dal vento, è stata un’esperienza bellissima. Poi era pomeriggio, e la luce era particolarmente favorevole, un po’ obliqua. Amore assoluto.

P come come puccia. E’ la più famosa forma di pane salentino, cotta in forni di pietra alimentati a legna, a base di grano duro e lievito madre. Ha una forma di pagnotta molto arrotondata e gonfia, del diametro ci circa 20, 25 centimetri (per 200-250 grammi di peso). Noi l’abbiamo mangiata a Gallipoli, e il non troppo simpatico gestore della puccerìa si è stupito che volessimo farla farcire con così poca roba. Marco ci ha fatto mettere funghi di ogni genere, ed io mozzarella e carciofini. Ok, io sono intollerante al glutine, ma buona!

Q come questo Salento, un posto da visitare per scoprirne le numerose bellezze…

R come rustico leccese. Non è l’unica cosa da citare della cucina salentina, ma a noi è piaciuto particolarmente, e lo abbiamo mangiato due volte in una specie di fast-food a Galatina dal nome improbabile, Pizza-Mania. Il rustico è un disco di pasta sfoglia fragrante e delicata, con un ripieno di pomodoro, mozzarella, salsa bechamel e un po’ di pepe. Semplice e buonissimo allo stesso tempo.

S come Soleto. E’ un piccolo paesino dove abbiamo soggiornato per sette notti in un b&b delizioso condotto da una signora ancora più deliziosa, Dolores, che ogni mattina ti fa trovare a colazione un dolce diverso, “Oli Mia”, che in grecanico significa “Insieme a noi”. Soleto fa parte dei comuni della Grecìa Salentina, una sorta di bizzarra “isola linguistica” nel cuore del Salento, dove ancora si parla (e si insegna nella scuola elementare) un dialetto neo-greco, il grecanico o griko.

T come Torri. Sono le torri di avvistamento. Il Salento, esposto da sempre alle scorrerie dei pirati, ma anche agli assalti degli eserciti invasori, si chiude in una fitta rete di torri, castelli e masserie fortificate. Basta fare un giro lungo la litoranea per rendersi conto delle decine e decine di torri che svettano solitarie sul cocuzzolo della roccia che precipita in mare. Già nell’antichità romana il fenomeno della pirateria non era sconosciuto e già allora si cominciarono a prendere le dovute misure lungo la costa. Il fenomeno assume però rilievo notevole nel XV e XVI secolo. Tra il 1558 ed il 1567, per far fronte alle continue scorrerie si realizzano in tutto il Sud 339 torri e nella sola Puglia 96: 16 in Terra di Bari, 80 in terra d’Otranto, un’area molto più vasta, come si sa, rispetto alla attuale Provincia di Lecce. Questo excursus storico per arrivare ad oggi, che le torri sono utilizzate per identificare alcune fra le spiagge più belle del Salento. Noi siamo stati a Torre dell’Orso, sulla costa adriatica, a Torre Colimena- Torre Lapillo, e a Torre Chianca, sulla costa ionica. Mare splendido, dovunque.

U come Uliata. La puccia salentina, che nella versione con l’aggiunta di olive nere (cellina di Nardò in salamoia rigorosamente col nocciolo), “Puccia cu l’aulìe” (o Uliata) assume la declinazione più tradizionale e più saporita. Con le olive (sempre rigorosamente con il nocciolo) ho mangiato un’altra cosa buonissima, una pagnottina dal colore un po’ aranciato di cui però non ricordo il nome, forse “mpilla”.

V come vento. Ne abbiamo cominciato a subodorare la forza quando, durante uno splendido concerto nel chiostro del Palazzo della Cultura a Galatina, ha cominciato ad alzarsi, potentissimo e accompagnato da sibili, creando trambusto, disturbando l’esecuzione dei musicisti (soprattutto la bravissima clarinettista il cui vestito, insieme all’equilibrio psichico, era in preda al caos più totale). Nei giorni successivi è stato prima vento da sud- est, che rendeva problematico stare in spiaggia sulla costa adriatica, poi vento da ovest, che rendeva problematico stare in spiaggia sulla costa ionica. Ma in Salento, proteso tra due mari, c’è sempre un’alternativa…

Z come Zollino, e come zia. L’uscita di Zollino era tra quelle che vedevamo sempre, e ci piace il nome di questo posto, dove però non siamo mai stati! La seconda z, quella di zia, riguarda me, e il mio amore fulminante, da un anno a questa parte, per il mio strepitoso nipotino Fabio, a cui ho comprato, sulle bancarelle della festa di S.Oronzo, a Lecce, un bavaglino con la scritta made in Salento “beddhru della zia”.

Scrivi e vinci la Puglia: il racconto di Annalisa Borrelli (Parte Prima)

Ecco la prima parte del quarto racconto che ci è pervenuto per partecipare al nostro contest “Scrivi e Vinci la Puglia” a tema “Una Vacanza natural-gastronomica in Puglia”.

Puglia coast to coast

Navigando su Internet, tra i tanti mila blog presenti sul web, ho trovato quello di viaggi “Trippando” http://trippando.wordpress.com/ che, in collaborazione con il Pizzicato EcO Bad & Breakfast di Vico del Gargano http://www.pizzicatobeb.com/, ha organizzato un contest con tema “Una vacanza natural-gastronomica in Puglia”. Quale occasione migliore allora per raccontare agli internauti quella che per me è stata la vacanza più bella della mia vita?

Quell’estate ero andata a trovare i miei nonni che vivono in Puglia, a Lecce. Prima di partire avevo chiesto ad alcuni miei amici se volevano accompagnarmi, ma in quel periodo, chi per lavoro, chi per altri motivi, nessuno poteva permettersi di viaggiare. Un po’ rattristata per non avere la compagnia di una mia coetanea, decido di partire comunque da sola.

Mi avevano sempre descritto la Puglia come una terra magica, selvaggia, ricca di tradizione, cultura, folklore, con gente calorosa, solare e accogliente. Quindi di sicuro non poteva essere l’assenza degli amici a frenare la mia voglia di conoscere e di partire verso questa regione del sud Italia.

Ad attendermi alla stazione di Lecce c’era mio nonno. Non lo riconoscevo più. L’ultima volta che l’avevo visto avevo solo cinque anni. Vestito di nero. Il volto segnato dalle rughe e dal sole dopo una vita passata a lavorare nei campi. Mi abbraccia. Mi bacia. Felice di rivedermi dopo tanti anni.   - Sei tutta tua madre – mi dice sorridendomi.

Mi porta a casa. Ad attenderci c’era la nonna, che intanto aveva preparato il pranzo. Anche lei così felice nel rivedermi! E anche io contenta quanto loro. Ma subito mi fa mettere a tavola. Non vedeva l’ora di farmi assaggiare le sue prelibatezze culinarie. – Oggi mangiamo minchiareddi. Li hai mai assaggiati tu? E’ una cucina sana la nostra! – mi diceva mia nonna. Li “minchiareddi” era la loro pasta fatta in casa.

- Qui è fisso. Ogni domenica, per tradizione, o si mangia minchiareddi col ragù di carne e polpette o lasagne al forno. Ma non come le fate voi! Io le ho assaggiate le lasagne che fate voi al nord. Queste sono tutta un’altra cosa. Con prosciutto, mozzarella, polpettine, uova sode. Te le faremo assaggiare! – Mi diceva mio nonno orgoglioso e fiero della sua terra. Ed effettivamente come potevo dargli torto? Con quella cucina c’era solo da leccarsi i baffi!

Arrivata sera decido di fare un giro per le vie del centro. La città per me era del tutto sconosciuta. Ma grazie alle informazioni ricevute dalla gente del posto riesco a raggiungere Porta Rudiae che, una volta varcata, mi conduceva in via Trinchese. La via era stracolma di gente. A destra e a sinistra bancarelle di ogni tipo, botteghe artigianali e ad ogni angolo un artista di strada. Non sapevo più da che parte guardare. Posavo lo sguardo su un dettaglio, su una persona, su un artista che subito dopo la mia attenzione veniva catturata da qualcos’altro. E vado avanti e vado avanti per la via. Fino a quando la mia attenzione non viene catturata da una musica che si sentiva in lontananza. Proseguo per quella direzione. La musica sempre più vicina. Eccolo lì il gruppo che canta e suona quella musica, con quel tamburello che sprigiona così tanta energia. Osservo la gente che balla al suo ritmo e l’energia sale e sale dentro me. Come se quella musica fosse anche la mia. Come se mi appartenesse e mi fosse sempre appartenuta. Rimango lì a guardare quello spettacolo per due ore. Fino alla fine. Fino a quando, tamburellisti e tarantati non erano sfiniti. Mi avvicino per lasciare una moneta.

- Grazie per esserti fermata – mi fa il tamburellista – ci hai seguito dall’inizio alla fine. –

- Grazie a voi. Mi avete tenuto compagnia. Per me è stato un vero piacere. –

- Ah! Non sei salentina! –

- No, sono qui in vacanza. –

- Ti lascio il mio contatto Facebook così se ti piace la nostra musica e ti trattieni per un po’, puoi seguire anche qualche altro nostro spettacolo. –

Mi scrive un biglietto. Lo prendo e vado via. Lo leggo una volta allontanata. Il suo contatto Facebook e sotto il suo numero di cellulare.

Continuo la mia passeggiata fino a quando, stanca, non rientro a casa.

Un raggio di sole penetra attraverso la finestra e arriva proprio sul mio viso. Mi sveglio. Sono le dieci. Apro la finestra. Un caldo torrido e afoso entra nella mia stanza. Fuori non si muove una foglia. Una calma assoluta. L’unico rumore che si sente è il frinire delle cicale. Giornata ideale per andare al mare. Ore 10.30. Il pullman che porta al mare l’ho già perso. Mi toccherà aspettare il prossimo. Prendo dalla borsa il libro così nell’attesa avrei letto. Cade un bigliettino. Lo riprendo. Il ragazzo di ieri sera. “Potrei contattarlo” penso. “Chi, meglio di lui, potrebbe consigliarmi su quali spiagge andare o su quali locali frequentare?” Gli mando un SMS.

Decidiamo di fare una chiacchierata in un bar, consumando qualcosa di fresco. Ci conosciamo. Gli parlo un po’ di me, delle mie origini, di come mi trovavo in Puglia. Mi parla di lui, di quello che fa, della sua famiglia. Gli dico che anche se entusiasta di stare qui, sono comunque un po’ spaesata. A parte la compagnia dei miei nonni, non avevo nessun altro con cui condividere le mie passeggiate, con cui avventurarmi per scoprire questa splendida regione.

- Potresti lasciare i tuoi nonni per qualche giorno?-

- Cosa? –

- Ti andrebbe di fare un giro della Puglia coast to coast? Per fare questo però ci vorrà qualche giorno.–

All’inizio un po’ spaventata ma poco dopo la voglia di conoscere e di scoprire ha preso il sopravvento.

Domani la seconda parte…stay tuned!!